martedì 5 gennaio 2016

'Gli anni in tasca' (1976) di François Truffaut - 'Apologo' del maestro

François Truffaut (Parigi, 6 febbraio 1932 - Neuilly-sur-Seine, 21 ottobre 1984) può essere senz'altro annoverato fra i grandi protagonisti della storia del cinema. Regista, sceneggiatore, produttore e attore, prima di esordire “dietro la macchina da presa” esercitò il proprio 'amore assoluto' per la settima arte in qualità di brillante critico cinematografico, un destino condiviso con gli amici e colleghi Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Eric Rohmer e Jacques Rivette. I cinque costituiranno il nucleo fondamentale dei celeberrimi «Cahiers du cinéma», l'autorevole rivista fondata nel 1951 da André Bazin, un critico ‘totale’ e teorico geniale (seppure ‘non sistematico’), instancabile animatore nonché nume tutelare della maggior parte delle iniziative volte allo svecchiamento della cultura cinematografica francese del dopoguerra. Schematizzando necessariamente molto, sotto la sua sapiente guida Truffaut e gli altri ‘giovani critici’ svilupperanno sulle pagine dei «Cahiers», nel corso degli anni '50, la cosiddetta “Politica degli autori”, ossia la valorizzazione, in ambito cinematografico, della nozione appunto di “autore”: al di là della superficie convenzionale imposta ai film dall’organizzazione industriale del cinema, un “regista”, al pari di un romanziere, un musicista o un pittore, è una personalità artistica autentica e riconoscibile, il creatore di un linguaggio personale e di uno stile che sono espressione di una precisa e originale concezione del mondo. È da questa vera e propria 'fucina di idee innovative' (risultato anche dell'assidua frequentazione dei cine-club del quartiere latino e della «Cinématèque française» fondata e diretta da Henry Langlois, altro importantissimo animatore culturale dell’epoca) che prenderà vita la cosiddetta “nouvelle vague” (alla lettera: "nuova ondata"), la quale, 'metabolizzate' le migliori opere dei grandi del passato (comprese quelle della gloriosa stagione del Neorealismo italiano appena trascorsa), segnerà ‘convenzionalmente’ la nascita del “cinema moderno”, ispirando di lì a poco tutta una fioritura di ”nouvelles vagues” a livello internazionale.
Tra la fine degli anni '50 e i primi anni '60, i 'giovani critici' esordiscono tutti nel lungometraggio. Truffaut nel 1959, con il magnifico “I quattrocento colpi”, film invitato a rappresentare la Francia al Festival di Cannes, ove ottiene, fra l'altro, il “Grand prix de la mise en scène” (nozione fondamentale, questa della “messa in scena”, 'desunta' da André Bazin e 'declinata' dai cinque in modi diversi). Dedicata alla memoria dello stesso Bazin (che praticamente aveva 'adottato' Truffaut, colmandone le carenze affettive e salvandolo da una gioventù alquanto problematica!), l’opera, un vero e proprio 'poema' sulla solitudine di un adolescente che sconta nell’angoscia l’indifferenza e l’ingiustizia di un mondo di adulti incapaci di comprenderlo e di aiutarlo, è il 'primo episodio' di un ciclo di cinque film che racconta la tormentata iniziazione all’età adulta di un “personaggio” davvero unico nella storia del cinema, Antoine Doinel, affidato sempre allo stesso interprete, Jean-Pierre Léaud. Sia Truffaut che Doinel sono figli di matrimoni senza amore, e scontano perciò un'infanzia e un'adolescenza difficili e turbolente. Così, se appare ben comprensibile che “l’autobiografia come progetto estetico e il tema dell'educazione” siano 'componenti strutturali' del cinema del nostro, e torneranno quindi in un modo o nell'altro in tutti i suoi capolavori, è addirittura 'sintomatico' che esse riemergano in particolare ne “Il ragazzo selvaggio” (1969) e ne “Gli anni in tasca”(1976), film consacrati ancora una volta all'infanzia e all'adolescenza («Non si finisce mai con l’infanzia, come non si finisce mai con le storie d’amore!», soleva ripetere il regista), anche se ora viste, rispettivamente, con gli occhi “da padre” e con quelli “da nonno”.
Proprio dal 'pre-finale' de “Gli anni in tasca” è tratta la sequenza, davvero memorabile, che qui proponiamo. Truffaut, che col suo 'sguardo profondamente empatico' si è estremamente divertito a “mettere in scena” una moltitudine di vivaci bambini e ragazzini, e che nelle vicissitudini di Julien ha 'ritrovato' persino “i tormenti del primo Doinel”, sembra inserire nello splendido, appassionato 'apologo' del maestro Richet - specie quando questi invita gli scolaretti non ad 'indurirsi', bensì a 'fortificarsi' - un personalissimo riflesso autobiografico e ‘pedagogico’!

sabato 2 gennaio 2016

Finche c'è Guerra c'è Speranza (1974) di Alberto Sordi - Sequenza finale [engl subtitles]

Alberto Sordi (Roma, 15 giugno 1920 - Roma, 24 febbraio 2003), “Albertone” per il grande pubblico, non ha certo bisogno di presentazioni: per lui parla, eccome!, la miriade di film spessissimo interpretati da protagonista, e sempre con “superba versatilità”. E si tratta di film che, in buona parte, hanno dato un contributo decisivo alla storia del cinema italiano. Qui ci possiamo perciò accontentare di rendergli fugacemente un triplice omaggio: alla sua “romanità”, che lo colloca all'altezza di una Anna Magnani e di un Aldo Fabrizi; alla sua “inconfondibile maschera”, che insieme (e a volte a fianco, sullo stesso set) a quelle di Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi ha dato un apporto fondamentale a quell'originale 'genere cinematografico' nostrano che è stata la “commedia all'italiana”; alla sua “straordinaria popolarità”, definitivamente consacrata quando, a partire dal 1979, collaborò con Giancarlo Governi alla realizzazione della celebre trasmissione televisiva “Storia di un italiano”, nella quale, attraverso una selezione tematica di spezzoni dei suoi innumerevoli film, si tratteggiava mirabilmente il 'carattere' di un certo 'italiano medio', coi suoi (pochi) pregi e i suoi (molti) difetti.
Oltre ad essere stato un ottimo doppiatore e un brillante sceneggiatore, Albertone si è cimentato anche con la regia, dirigendo (e naturalmente interpretando) una ventina di pellicole dagli esiti, va detto, non sempre felici. Decisamente riuscita, in ogni caso, è senz'altro una “commedia amara” del 1974, “Finché c'è guerra c'è speranza”, che potremmo sottotitolare: “Avventure e disavventure di un «mercante di morte»”. Partito da zero, il commerciante internazionale di armi Pietro Chiocca, anche grazie ad una serie di operazioni spericolate quanto spregiudicate (e spesso illecite!), è ormai all'apice della carriera, quando un clamoroso editoriale del “Corriere della sera” lo espone non soltanto alla (ipocrita) riprovazione pubblica, ma anche a quella (non meno ipocrita!) della sua famiglia (che vive alla grande proprio grazie ai suoi sporchi traffici!), ciò che lo tocca davvero nel profondo. Tutto 's'aggiusta'. Come splendidamente viene rimarcato nella sequenza finale che qui presentiamo, dinanzi alla sua ferma minaccia di 'auto-dimettersi' lo sdegno dei congiunti svanisce come neve al sole!
Quasi superfluo sottolineare la «stringente attualità» del tema GUERRA, con tutto il suo portato, in primis, di “destino tragico e atroce per molti”, e viceversa, di “occasione di incredibile quanto spregevole arricchimento per pochi”. Tuttavia, al di là delle “materie specialistiche appannaggio di studiosi, analisti e strateghi” (ad es.: il dato di fatto che in regime di CAPITALISMO PREDATORIO in via di GLOBALIZZAZIONE paiono agevolmente acuirsi le controversie geo-politiche, la frenetica corsa all'accaparramento di risorse energetiche, materie prime e BENI COMUNI come acqua e terra, la necessità di smaltire armamenti più o meno obsoleti nel mentre ne vengono prodotti a ritmo più o meno forsennato sempre di nuovi, i clamorosi fallimenti delle diplomazie che finiscono in genere, inevitabilmente, per lasciare l'ultima parola alle bombe, le micidiali crisi economico-finanziarie che sovente sembrano cinicamente trovare nei conflitti armati la più agevole delle vie d'uscita, la volontà, a dir poco discutibile, di «esportare la - spesso 'presunta'! - democrazia»...), al di là delle “variazioni tutt'altro che indifferenti degli scenari-teatri di guerra” (l'altro ieri lontani, pressoché confinati nel c.d. Terzo Mondo, ieri piuttosto ravvicinati, ad es. nella ex Jugoslavia, OGGI QUASI OVUNQUE!), a noi preme soprattutto tornare a porre con forza la QUESTIONE DELLE QUESTIONI, esemplarmente sollevata nella sequenza in oggetto: «CHI», IN ULTIMA ANALISI, È «RESPONSABILE DELLE GUERRE»?!? Una risposta, VINCOLANTE PER NOI TUTTI, NESSUNO ESCLUSO!, l'ha data 'indirettamente' quanto 'polemicamente' il grande storico Franco Cardini, e noi chiudiamo volentieri con lui: «Non si può sul serio marciare per la pace mentre il nostro motorino, la nostra maglietta, le nostre scarpe, i soldi che abbiamo in tasca, marciano invece compatti per la guerra.»